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Delfinari, nuotare con delfini e delfinoterapia, nuove forme di abuso di questi animali

Gli spettacoli commerciali dei delfinari possono a prima vista sembrare divertenti, ma nascondono una realtà estremamente grave. Esistono prove scientifiche che dimostrano che i mammiferi marini soffrono gravemente in cattività a causa dell’impossibilità di soddisfare i loro bisogni comportamentali e fisiologici. Vivere in piccole vasche, senza nessun tipo di arricchimento ambientale, può provocare a questi animali un fortissimo stress, renderli aggressivi, ridurre la loro speranza di vita e provocar loro numerosi problemi di salute.

A dimostrazione di quanto indicato, alcuni zoo somministrano Valium ai suoi delfini per evitare che mostrino comportamenti anormali. Altri delfinari somministrano steroidi agli esemplari maschi affinché non siano aggressivi e possano realizzare i diversi “ show” in programma.

Una vita passata in una piccola piscina, nuotando in circolo non potrà mai considerarsi un’alternativa accettabile all’oceano. Nessun essere vivente nasce per essere rinchiuso e i delfini, viaggiatori instancabili, non potranno mai adattarsi ad una vita completamente priva di stimoli. I loro complessi bisogni li rendono inadatti alla cattività, nonostante si cerchi di “arricchire” il loro habitat con palline e giocattoli vari. Gli spettacoli di intrattenimento con questi animali risultano inoltre estremamente antieducativi e nei delfinari non esistono programmi di ricerca e conservazione ex situ per loro accettabili.

Si stima che attualmente circa 1000 delfini in tutto il mondo vivono in cattività. Anche se la maggior parte si trovano in delfinari e parchi acquatici, alcuni di questi animali vivono in centri commerciali, discoteche, hotel o vengono utilizzati dagli eserciti in esperimenti bellici.

Anche se a causa dell’alta mortalità la cifra è fluttuante, in Italia vivono in cattività approssimativamente 25 delfini della specie Tursiops Truncatus 1

Le immagini di film e serie televisive in cui delfini selvatici fanno amicizia ed aiutano le persone, hanno creato un’immagine distorta ed irreale di questi animali. Sfortunatamente per i delfini, il rictus della loro mandibola ricorda un sorriso “umano” e ci fa credere che siano felici e che stiano bene, quando in realtà vivono depressi, stressati e possono diventare aggressivi.

Conseguenze della vita in cattività

Le condizioni di vita di questi animali in cattività possono avere gravi conseguenze sul loro benessere fisico e psicologico.

Le condizioni artificiali includono vasche di dimensioni ridotte e luci e rumori eccessivi ed innaturali. Anche l’acqua in cui vivono può essere diversa da quella del mare: si tratta quasi sempre infatti di acqua dolce a cui si “aggiungono” sale e additivi chimici. In alcuni centri inoltre è facile trovarvi microbi, alghe e la presenza di altri squilibri chimici che possono essere dannosi per gli animali. La loro dieta in cattività è diversa da quella in natura e poiché il pesce congelato perde acqua, bisogna anche somministrare ai delfini acqua artificialmente (iniettandola nel cibo, in blocchi di gelatina o attraverso l’idratazione forzata attraverso un tubo inserito nell’esofago dei delfini).

In cattività, raramente i delfini utilizzano il loro sonar naturale – un sensore altamente sofisticato che permette loro di sapere dove si trovano, pescare e comunicare. Non avendo nulla di nuovo da scoprire nelle piscine vuote, smettono di comunicare sott’acqua (gli unici suoni che realizzano sono quelli nasali indotti dalle persone durante gli spettacoli) e si appoggiano di più agli stimoli visuali. In alcune vasche, il sonar può “rimbalzare” sulle spoglie pareti ed i rumori, possono danneggiare la percezione auditiva degli animali. Questo spiega perché alcuni cetacei sono andati a sbattere contro le pareti delle vasche, ferendosi e persino uccidendosi.

In un ambiente completamente spoglio e privo di arricchimento ambientale, la mancanza di stimoli li annoia e fa si che non facciano abbastanza esercizio. Lo stress tanto sociale quanto fisico, li rende più propensi ad ammalarsi e devono essere medicati quotidianamente.

In natura questi animali vivono in gruppi composti da un numero tra i 15 e i 60 esemplari, con vincoli sociali complessi e duraturi, specialmente tra madri e figli, che possono arrivare a durare tutta la vita. In cattività, si obbligano a convivere delfini di diversa origine – sconosciuti l'uno per l'altro – creando così gruppi sociali completamente artificiali dove non è possibile stabilire una gerarchia. Questo può portare a problemi di socializzazione, a scontri ed a comportamenti aggressivi causati dallo stress. Per mantenerli calmi frequentemente si somministrano agli animali tranquillanti ed ormoni.

In natura, i cetacei sono animali attivi, nuotano tra i 95 e i 160 km al giorno e ad una velocità massima di 45 km/ora, i delfini, e 56 km/ora le orche. Nuotano persino quando dormono, sempre all’erta e in movimento. Non è quindi difficile immaginare la sofferenza che l’isolamento che vivono in piccole vasche prive di arricchimento ambientale può loro provocare.

Alcuni cetacei che vivono nei delfinari, mostrano comportamenti stereotipati, tipici solo degli animali in cattività e che conducono in maniera reiterata e senza una finalità apparente. Per delfini e orche, i più comuni tra questi comportamenti sono nuotare in circolo in modo ripetitivo e galleggiare sulla superficie dell’acqua senza muoversi durante lunghi periodi di tempo. Tra i cetacei più grandi, come le orche e le orche nere, è frequente vedere esemplari che mordono le sbarre metalliche della piscina o che strofinano il mento contro i muri di cemento, arrivando a rompersi i denti o provocarsi gravi ferite.

Lo stress e l’angoscia che patiscono questi animali in cattività possono provocare loro nevrosi ed ulcere ed è anche frequente che soffrano di vomito, malattie varie e persino che arrivino a morire.

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Catture

Come conseguenza dell’alta mortalità dei cetacei in cattività, gli animali che vivono nei delfinari non bastano per alimentare questo crescente business. È per questa stessa ragione si stanno intensificando le catture di delfini selvatici. Spesso, per “aggirare” la legislazione che proibisce questa pratica, si effettuano le catture in luoghi di passo che permettono di dichiarare che i delfini non sono stati catturati in libertà.

Le catture si effettuano con metodi brutali e senza gli studi necessari che indichino se i vari gruppi di delfini possono effettivamente sopportare questo tipo di pressione. Trattandosi di animali estremamente socievoli, la cattura di un solo individuo può danneggiare profondamente la struttura sociale del gruppo e dell’intera popolazione della zona. I delfini che non vengono catturati possono morire a causa dello shock e dello stress che spesso provoca loro attacchi cardiaci.

Le femmine incinte rischiano di abortire e le madri possono smettere di allattare a causa dello shock, lasciando così morire i piccoli delfini. Lo stress che implica catturarli, separarli dal gruppo e metterli in piccole piscine dove appena possono muoversi, li deprime, li rende deboli e porta alla morte di molti esemplari nei primi giorni di cattura. Altri ancora muoiono come conseguenza delle ferite e delle infezioni prodotto della causate dalla cattura.

Mortalità

Vari studi dimostrano che i delfini hanno una speranza di vita più bassa in cattività che in libertà. In natura l’aspettativa di vita dei delfini è di circa 50 anni, mentre in cattività il loro tasso di mortalità sale al 60%.

I delfini in cattività raramente vivono più di 20 anni ed anche i pochi che hanno superato quest'età non hanno comunque mai raggiunto gli anni di vita degli esemplari in libertà. Questo non fa altro che confermare che lo stress provocato dalla vita in cattività è più pericoloso delle varie minacce in cui questi animali possono imbattersi in natura. Predatori, scarsità di cibo, parassiti o problemi vari provocati dall’uomo, come per esempio l’inquinamento non sono una minaccia peggiore della cattività, soprattutto se consideriamo che nei delfinari gli animali ricevono cure veterinarie di cui in natura non dispongono.

Le orche in cattività muoiono ad un ritmo 2,5% superiore alle orche in natura. Mentre in libertà possono raggiungere i 70 anni gli esemplari maschi e i 90 gli esemplari femmine, nei delfinari non superano mai l'adolescenza. Per le orche è assolutamente impossibile adattarsi alle condizioni socialmente e fisicamente artificiali degli acquari.

La principale causa di morte di questi animali in cattività sono le infezioni batteriche (come la neumonia- un problema respiratorio). Altre possibili cause di morte possono essere l'asfissia per l'ingestione di oggetti estranei, l'aggressione di altri animali, comportamenti autodistruttivi (tendenze suicide) e altre malattie come la setticemia, la tubercolosi o il virus del Nilo occidentale. Lo stress acuto, cronico o frequente, predispone gli animali a soffrire di problemi come per esempio la immunodepressione (che li rende facilmente suscettibile alle diverse malattie).

Il numero di delfini mantenuti in cattività in Europa è fluttuante poiché è frequente il decesso ed il rimpiazzo dei vari esemplari. Considerando che i decessi dei cuccioli di meno di un anno non si contabilizzano ed esiste un'alta mortalità postparto, il numero totale di animali morti in questi centri rimane sconosciuto al pubblico. Il cucciolo di beluga nato presso l'Oceanografico di Valencia, morì con solo 25 giorni di vita.

Conservazione

La maggiore parte dei centri che dispongono di cetacei in cattività affermano di giocare una carta importante nella conservazione di queste specie. Nonostante ciò, non si sono praticamente realizzati studi di delfini in cattività che possano contribuire alle iniziative di conservazione. In che modo questi spettacoli di intrattenimento favoriscono la conservazione? Perché questo settore fa pressione sulla “International Whaling Commission (IWC)” affinché non approvi leggi che proteggano i cetacei?

Le stesse catture che si realizzano per procurare animali a questo business, danneggiano la popolazione selvatica e mettono in pericolo la conservazione di queste specie. Nel 2004, la Spagna permise la prima importazione di orche nella Unione Europea degli ultimi 10 anni. Anche se importati con un permesso per la conservazione in cattività, questi animali sono comunque obbligati a partecipare in spettacoli circensi al suono di musica da discoteca.

Anche l'endogamia è molto frequente in questi centri. Non solo si sottopongono femmine troppo giovani per riprodursi all'inseminazione artificiale, ma è anche frequente realizzare incroci di animali imparentati tra di loro, generando così problemi di salute facili da immaginare e riducendo la varietà genetica che sarebbe necessaria per progetti di conservazione.

Attacchi

Delfini e orche sono animali pericolosi ed il costante conflitto tra i loro istinti naturali e le condizioni di vita imposte in cattività, li può rendere aggressivi ed indurre ad attaccare le persone.

In natura, gli attacchi a persone sono estremamente rari soprattutto perché in caso di contatto, gli animali si rendono conto quasi immediatamente che le persone non sono “prede”. In quelle poche occasioni in cui si sono prodotti attacchi gravi, questi sono stati conseguenza del fatto che le persone implicate stavano dando fastidio agli animali e cercavano di interagire con loro in modo insistente.

In cattività invece, gli attacchi sono stati numerosi. Nel 2010 ad Orlando, Stati Uniti, un'orca uccise la sua allenatrice. Anche in Spagna, un'orca del Loroparque, Tenerife, uccise uno dei suoi allenatori. E all'oceanografico di Valencia, un delfino attaccò la sua responsabile ferendola gravemente al volto. Tutti questi casi dimostrano che ci troviamo di fronte ad animali stressati e che pertanto possono essere aggressivi.

Critiche

Risulta molto significativo che i principali critici della manutenzione di cetacei in cattività e degli spettacoli che li vedono protagonisti, siano proprio le persone che in passato hanno lavorato in questo stesso settore.

Richard O'Barry, l'ex-allenatore dei delfini della serie televisiva Flipper, si dedica adesso a lottare contro i delfinari tramite l'ente The Dolphin Project. Anche Albert Lopez, ex responsabile degli allenatori di mammiferi marini dello zoo di Barcellona, ex responsabile del delfinario Oltremare ed ex consigliere dell'Acquario di Genova, ammette che i delfini nei parchi acquatici stanno “francamente male” e che “fanno quello che fanno durante gli spettacoli solo perché sono spinti dalla fame”

Lo stesso López, smentisce la teorica funzione educativa e di conservazione di cui tanto parlano i responsabili di questi centri cercando di giustificare la loro esistenza. Attualmente, Albert López è il coordinatore del Progetto NINAM, una piattaforma di studio di cetacei che realizza censimenti nella zona di Cap de Creus (Catalogna), e lavora per la sensibilizzazione ed educazione ambientale organizzando avvistamenti. Lo stesso nome del progetto (NINAM) è un tributo a 5 dei delfini dello zoo di Barcellona (tre dei quali- inclusa la tanto pubblicizzata Nereida- sono già morti) che mai più potranno tornare a nuotare in mare aperto.

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Nuotare con delfini

Nonostante in libertà molto raramente un delfino si avvicinerebbe ad un umano, centinaia di questi animali sono obbligati annualmente a nuotare con le persone. Questi programmi presentano un fattore di stress “extra” a quelli a cui già sono sottoposti in cattività questi animali.

I delfini sono animali forti (considerando il loro peso e le loro dimensioni, hanno una forza 7 volte superiore a quella di un atleta umano), volubili, ed essendo selvatici, ovviamente imprevedibili. Per queste attività, normalmente si utilizzano femmine giovani e più facili da controllare visto che i maschi sono più propensi ad essere aggressivi in certe situazioni ed in determinati periodi dell'anno. Visto che i delfini tendono a comportarsi in modo più sottomesso di fronte ad uomini adulti, le donne ed i bambini sono quelli che corrono più rischi. Le donne giovani sono quelle che hanno più possibilità di risultare vittime di comportamenti aggressivi.

I delfini sono mammiferi marini selvatici con norme comportamentali e sociali proprie, che giocano e interagiscono in modo diverso dagli uomini e che in molti casi possono essere pericolosi per le persone.

I delfini sono estremamente agili, precisi, capaci di muoversi in maniera perfettamente sincronizzata sott'acqua e di schivare i movimenti delle persone. Ma quando vengono obbligati ad interagire con gli umani, questi possono essere vittime di gravi danni fisici: stirature muscolari, organi danneggiati, ferite interne, ossa rotte e stati di shock.

Quando i nuotatori si innervosiscono corrono ancora più rischi di essere feriti visto che i delfini possono percepire gli stati di tensione e conseguentemente agitarsi e reagire in modo aggressivo.

Esiste anche un potenziale rischio di trasmissione di agenti zoonotici tra umani e delfini come infezioni batteriche o virali. Molte malattie possono trasmettersi attraverso tagli, irritazioni e soprattutto morsicature.

I partecipanti a queste attività non vengono informati dei rischi che corrono.

Anche gli animali possono soffrire le conseguenze di queste attività, visto che rischiano di ingerire gli oggetti che cadono in piscina (chiavi, braccialetti, cuffie..), si stressano a causa del contatto con le persone e subiscono i fastidi provocati incidentalmente dai partecipanti.

Alcuni studi dimostrano che il livello dei fischi emessi dai delfini aumentano prima e dopo le sessioni di nuoto con le persone, indicando nervosismo prima e dopo questi incontri.

Delfinoterapia

I centri che vivono di queste interazioni generalmente esagerano i benefici della delfinoterapia. Le persone che hanno bisogno di aiuto sono ingiustamente indotte a credere che questa attività sia una specie di cura miracolosa che spesso porta ad una profonda delusione con spese altissime ed inutili.

Tanto le associazioni di difesa animali quanto riconosciuti scienziati, biologi, allenatori di delfini, medici, fisioterapisti e psicoterapeuti hanno manifestato serie preoccupazioni per i rischi che comportano questi metodi così poco convenzionali.

Sembra che i delfini abbiano la capacità di riconoscere e trattare con più attenzioni le persone disabili, ma bisogna sempre tenere in conto che le azioni e le reazioni di un bambino con problemi sono imprevedibili. E se importuna un animale in maniera volontaria o no, questi può rispondere in modo aggressivo o brusco.

Secondo i responsabili di questi centri, la delfinoterapia produce uno stato di concentrazione più lungo, alza le endorfine e migliora il sonno. Tuttavia, non esistono studi scientifici validi che dimostrino che la terapia con delfini abbia un maggiore effetto terapeutico sugli umani rispetto a quella con animali domestici (come cani, gatti, cavalli) e animali da fattoria, cioè animali abituati alla presenza umana. Anche gli animali domestici sono stati utilizzati in terapie di questo tipo con uguali o migliori risultati per l'autostima dei bambini coinvolti.

Betsy Smith, una delle pioniere della delfinoterapia, con gli anni arrivò alla conclusione che il benessere tanto fisico come psicologico dei delfini era messo in grave pericolo in cattività e che i centri che offrono questa attività lo fanno unicamente per scopo di lucro. Concluse che un “bambino che si diverte” non è una terapia.

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